MORSO n°09 _ VUOTO
gennaio 21st, 2012 § 2 commenti
Alle ore 11:16 di Sabato 21 Gennaio il soggetto in esame si desta presentando evidenti conseguenze di eventi liquidi accaduti la sera precedente; apre la finestra della sua stanza per disperdere l’odore dei succhi gastrici sul pavimento, si deterge il volto con acqua e tenta una riesumazione dei fatti. Segue cronaca alcolica:
PINOT NOIR _ Io e Duccio siamo i primi ad arrivare alla festa di compleanno di Elena, ventuno anni. Ha un monolocale su due piani, quindi un bilocale, un barman, un amico normale con una giacca di paillettes rosa. Duccio sistema i nostri vestiti di troppo ad un piano che non vedrò; è un posto intimo, confortevole, costoso. E c’è l’angolo bar, e nell’angolo bar c’è Antonio, sovrappeso, sorridente, professionale. Duccio dice vino, anch’io dico vino, Antonio versa il vino con un gesto che conosce bene mentre l’amico con le paillettes dice stronzate gay, sembra simpatico. Si chiama Pietro, è un nome che gli sta malissimo, bel cruccio per uno che fa il polimoda. Quando dico ganzo storce la bocca, non gli è piaciuta quella parola; un po’ mi dispiace. È alto un metro e novanta senza essere minaccioso, parla di se, poi parla di nuovo di se, poi ci racconta di lui. Non è una persona così interessante, ma la sua giacca brilluccica da paura Dolce & Gabbana. Di lui sappiamo che studia marketing, è stato in collegio dai preti, a carnavale si veste da emo, fa baciare le persone tra loro, agita molto le mani, ha un tatuaggio sull’avambraccio sinistro, una spirale dentro una specie di sole _ lui sa che quel tatuaggio fa schifo, ma per lui ha un significato. Tutti i tatuaggi brutti hanno un significato, il suo è quello di esserselo fatto insieme ad un’amica; quindi in giro c’è un’altra persona con un brutto tatuaggio pieno di significato. Il mio vino è finito, sono a stomaco vuoto ma non ho fame, strano.
BASE TEQUILA _ Arrivano due persone: Dimo, il fidanzato stabile di Elena, e Francesco, che veste largo, barba sfatta, un po’ pelato un po’ rasato _ se mi somigliasse meno lo giudicherei con più clemenza. Lui sta in silenzio e quando sorride sembra che abbia la bocca piena di tristezza, un imbarazzato cronico. Elena ci intrattiene in attesa dell’arrivo di altri ospiti, spiega a tutti tranne Dimo e Duccio che quattro anni fa sono stato il suo primo fidanzatino. Non è vero, sono stato il secondo. Tento di non fare una battuta, ma fallisco: Elena invece è stata la mia ultima fidanzatina. Le persone ridono, la battuta ha funzionato, sono contento con la mia voragine aperta, dico che non è vero, infatti non è vero. Elena è stata la mia unica fidanzatina. Ma questo non lo dico a nessuno. Antonio [anche se adesso inizio a dubitare che si chiami davvero così] mi ha preparato un cocktail davvero buono, davvero gratis, e posso andare avanti ad oltranza mentre lui ci racconta qualche aneddoto trascurabile e il suo sogno di aprire un locale. Mangio una pizzetta senza crederci realmente. Alla pizzetta.
BASE RUM _ Altre persone, ma ancora poche, credo che Elena sia preoccupata per il suo party, è importante che la gente ricca si diverta. Ha messo il suo vestito da festa, nero Max Mara, una spalla scoperta, tessuto extra sul seno, le stinge sui fianchi, non le sta bene _ ma io di vestiti non capisco un cazzo. Sono arrivate delle ragazze, Duccio parla di Tao con una tailandese che non intende neanche una parola, ma in qualche modo ci spiega che in Corea sono tendenzialmente cristiani, soprattutto cattolici. Che schifo. Ci parla della Corea perché è coreana, ma per comodità continuerò a pensare che sia tailandese. Tra le altre femmine presenti c’è una nana alta di tacchi tirata con disprezzo verso il prossimo, emana viscidità formale, parla con il rossetto sulla sua bocca, chissà cos’hanno da dirsi. A me non dice niente, la scoperei e basta. Antonio inizia a far roteare i suoi aggeggi, ha studiato e si applica, e le persone bevono. Pietro ci annuncia che non può già essere ubriaco alle dieci di sera, io gli rispondo che può anagrammare i numeri per sentirsi più tranquillo. Le persone ridono, un’altra battuta centrata, sono un drago stasera. Mangio una schiacciatina tonda con le olive.
WHISKEY SOUR _ La festa inizia a farsi più stretta. Duccio mi dice che scoparsi una tailandese sarebbe una di quelle cose da fare prima di morire _ assolutamente sì; quindi torna a parlare con la tipa mandorlata. Elena ha deciso che è il momento di rompere il ghiaccio, ne ha 30kg, gli verrà freddo; mi presenta una ragazza, la prima persona che mi piace realmente da quando sono arrivato, quindi mi dimentico subito il suo nome. È bionda senza stereotipi, sembra meno ricca delle altre, immensamente più simpatica. Elena la descrive come una ragazza dolce e carina e così dolce e davvero carina e altri diminutivi tenerissimi _ lei sembra timida, io le farei sanguinare il culo. Con affetto. Adesso è il mio turno, Elena mi descrive come un ragazzo educato e gentile; fin qui tutto bene, sembro solo immensamente noioso. Elena dice che riempo il vuoto. Nessuno me l’aveva mai detto. Riempo il vuoto. È molto intenso. Riempo il vuoto. Inizio a provare disgusto per me stesso. Riempo il vuoto. Mi giro ridendo, mi sto accartocciando. Riempo il vuoto. Che cazzo vuol dire riempo il vuoto? Sono ingrassato? Riempo il vuoto. Fletto i muscoli e riempo il vuoto. Con cosa lo riempo? Col mio gigantesco ego di merda? Riempo il vuoto. Forse Elena mi ha lasciato perché non le riempivo più il vuoto a modino. Riempo il vuoto. E tu che ne dici biondina timida? Ti riempo il vuoto? Riempo il vuoto. Oh no, sei fidanzata; lui come ti riempe? Riempo il vuoto. Sto scomparendo. Riempo il vuoto. Col mio vuoto. Riempo il vuoto. Devo calmarmi. Devo riempire il vuoto. Con un crostino al pomodoro.
NEGRONI SBAGLIATO _ Antonio è il mio migliore amico, e non solo il mio. La gente è arrivata, il chiacchiericcio funziona, Elena è più tranquilla, finalmente hanno tolto il sottofondo del 1950 e messo i Prodigy. Duccio mi fa notare che sembra di stare dentro una barca, forse per il soffitto basso di legno, forse per il mal di mare; sembra ancora motivato, ma penso che finché non le farà vedere il pisello Miss Ping Pong continuerà a non capire. Sedute su un divano un gruppo di ragazze tormentano un morbido bimbetto di circa vent’anni _ ha l’acne, lo vorrei pizzicare anch’io. Parlo un po’ con la ragazza bionda, le dico niente, lei ride. Un drago. Poi monologo con tre ragazze contemporaneamente, un record. C’è pure la nana del disprezzo. Cerco di rendermi il meno affascinante possibile, dico che faccio fumetti; loro sorridono, non credo sappiano di cosa sto parlando ma più o meno hanno capito, infatti la viscida dice che potrei fare un fumetto su di loro, disegnarle, però dovrei togliere i difetti. Io le dico con un certo trasporto che sono i difetti a rendere interessanti le persone. Mi arriva addosso un onda energetica di sfigaggine totale. Smettono di ascoltarmi, vanno da Antonio. Bene, tanto avevo finito. Crostino alle olive.
NEGRONI GIUSTO _ A quest’ora dovrei essere ubriaco. E infatti lo sono. Quando sono ubriaco non sono più socievole o divertente, non ballo meglio, non guido peggio, vengo un po’ dopo. Ma soprattutto. Vado in bagno, c’è la temperatura giusta e un buon odore di pulito, davanti a me uno specchio gigante sopra il lavandino, sulle mattonelle alle pareti disegni sintetici di bambù rosso, poi un corridoio con i sanitari. Vomito nella doccia. Non volevo vomitare, non nella doccia. Perché ho vomitato nella doccia? Volevo solo rilassarmi un attimo vicino al cesso, da solo, e invece ho vomitato. Di nuovo. Che palle. E adesso che faccio? Vomito ancora. Ci sono tutti, li riconosco, il crostino alle olive, quello al pomodoro, la schiacciatina, la pizzetta. Mi fanno compagnia mentre faccio una brevissima doccia con ancora i vestiti addosso. L’acqua è fredda, veloce, per un attimo sembra volermi aiutare, ma sta mentendo. Entra qualcuno in bagno, ho la tendina verde tirata, ma mi vede lo stesso. Scosta la tenda e mette la sua testa depilata dentro: è il tizio che mi somiglia, e mi sorride col suo sorriso triste. Provo a sorridergli anch’io, gli dico di non preoccuparsi, che può pisciare. Lui risponde che non sa se ci riesce con me accanto; ma è bravo, ce la fa lo stesso. Se ne va, esco dalla doccia e inizio a radunare il vomito con la carta igienica, non è facile, è piuttosto scivoloso. Spero di non intasarle la doccia. Quando raggiungo il mio personale standard di pulizia tiro lo sciacquone ed esco dal bagno. Sono un angelo, volo al di sopra degli sguardi e dei giudizi, forse non mi vede nessuno, ho ancora la tenda verde dell’invisibilità tirata addosso. Esco di casa e mi siedo sugli scalini che portano al piano terra. Sono uscito di mia volontà o qualcuno mi ha portato fuori? C’è nessuno? Dormo, forse. Dietro si apre la porta, escono tre ragazze, mi passano accanto, ridono, ma dal tono della loro risata capisco che non sono io a farle ridere. È un peccato, mi piace far ridere le ragazze. Le saluto, forse. Arriva Duccio. La serata per me è finita, forse è meglio se andiamo. Saluto Elena, forse, di sicuro non l’abbraccio. Duccio mi regge per la strada, ridiamo, c’è qualcosa di davvero buffo, chissà cos’è, comunque ridiamo. Mi dispiace che non ci sia la tailandese con lui, forse poteva andare diversamente. Forse. Non posso dormire da lui, sono allergico ai gatti e mi sveglierei morto, ma non voglio che mi riaccompagni, non ha bevuto troppo ma più di un test alcolemico, insiste, cedo volentieri, mi piace la gentilezza. Ci teletrasportiamo col suo pickup davanti a casa mia, non sale, lo abbraccio, forse.
TISANA REGOLARITÀ _ Seduto, ho buttato acqua bollente tutto intorno alla tazza, ma un po’ l’ho centrata, bevo. Non mi fa stare meglio, tisana del cazzo. Arriva Andrea, capisce, io rispondo che era gratis. Mi offre i suoi biscotti, le macine, geniali, buone, una sola però, ancora non ho fame. Stiamo in silenzio, c’è un piacevole raccoglimento religioso, un moderno rito di purificazione su una tovaglia di plastica verde. Vado in camera, stasera non mi lavo i denti, domattina voglio sentirmi di nuovo un drago. Mi tolgo i vestiti e scopro di essermi fatto una doccia vestito, di avere freddo, di non essere triste anche se non trovo il sotto del pigiama _ pace. Sdraiato, buonanotte.
Vomito di fianco al letto la tisana e la macina.
Buonanotte.
MORSO n°08 _ VOTO
gennaio 9th, 2012 § 1 commento
Alle ore 14:49 di Lunedì 9 Gennaio il soggetto in esame inveisce contro una delle Divinità del pantheon democratico; il motivo del suo comportamento è l’inabilità nella resa figurativa di soggetto clericale. Segue frustrazione:
C’era una volta un voto scolastico, collocato tra l’insufficienza e la sufficienza, e aveva un nome: mediocre. Mediocre si scriveva a penna sul registro accanto al nome di qualcuno che sapeva abbastanza senza aver capito nulla. Il voto si è perso e la parola non si usa molto, sarà per la sua brutale sincerità, per quel suono che evoca un leggero disgusto, un interesse superficiale, un sorriso storto di compassione cattolica. Mediocre sono io e sei tu, noi siamo la gente. Ed è per questo che stiamo male, se alziamo la testa non vediamo il limite, quindi non possiamo andare oltre; conosciamo soltanto il nostro piccolo pezzo di realtà e lo coltiviamo senza semi, smuoviamo la terra, al massimo scaviamo una buca e ci seppelliamo dentro, aspettando. Se credi che non sia un problema hai ragione, è peggio, la mediocrità è una malattia senza sintomi visibili; come un parassita il mediocre si nutre senza distinzione di merda e meraviglia, caga conformismo, vomita cultura. Quando l’universo gli regala un momento di puro genio il mediocre lo fotografa e lo mostra agli amici. Applausi. Perché la malattia ce l’hanno tutti, così sembra meno grave; e chi non è mediocre è pazzo, e non sa di esserlo – quanti ne conosci di persona? Due? Non esageriamo… E allora bestemmio, perchè non può essere colpa mia, è stata una divinità approssimativa a renderci simili e inutili. Poi smetto di bestemmiare, torno quieto nella buca, devo preparare il pranzo.
A volte, ma solo a volte, la vita del mediocre viene sconvolta da un piccolo momento di immeritata intensità. Forse.
MORSO n°07 _ SONNO
gennaio 8th, 2012 § 1 commento
Alle ore 14:02 di Sabato 7 Gennaio il soggetto in esame si desta. Alzatosi dal letto decide deliberatamente che la notte succisiva si priverà di numero cinque ore di sonno; appagato dai propositi intraprende la colazione. Alle ore 05:41 di Domenica 8 Gennaio il soggetto in esame si prepara ad indurre il sonno tramite postura orizzontale. Seguono sogni ad occhi aperti:
Natale è la città in cui vivi, fatale quella in cui muori. Per molti non c’è poi tanta differenza. Se io dovessi morire adesso ci sarebbero un sacco di cose che mi dispiacerebbe non aver fatto, tipo morire più tardi. Tipo vivere. Non è mai stato facile; ad ogni modo, considerato il poco tempo a disposizione, dormire compromette seriamente la possibilità di vivere con pienezza e continuità. Un capriccio del corpo, così fragile; ma questa non è una scusa per cercare di fragarmi. Avevamo un patto: io gli offro otto ore di sonno, lui mi fa svegliare entro le nove del mattino – non mi sembra di chiedere molto. Alle due del pomeriggio di oggi, senza nemmeno un minuto di sonno arretrato, avevo trascorso tredici ore nel letto, dormendo per la maggior parte del tempo e sognando di provarci con delle tipe. Che poi non me la davano. Per questo il mio corpo deve fottersi.
Sto per andare a letto adesso, sono le sei del mattino, le sveglie sono puntate alle nove, tre ore di sonno, poi mi sveglierò. Altrimenti smetto di mangiare. Altrimenti vado ad accarezzare gli zingari. Altrimenti guardo la TV. Buonanotte.
Ore 12:53 – qualcosa non ha funzionato.
MORSO n°06 _ PRASSI
dicembre 22nd, 2011 § 2 commenti
Alle ore 01:13 di Giovedì 22 Dicembre il soggetto in esame si approssima a lenire il proprio impulso riproduttivo attraverso l’autostimolazione degli organi genitali e la successiva emissione di liquido seminale su carta non fertilizzabile. Secondo un calcolo statistico possiamo stabilire che ad oggi il soggetto abbia attuato questo processo circa cinquemilacinquecento volte, producendo approssimativamente ventidue litri di seme fresco, ovvero quasi due bilioni di spermatozoi deceduti senza poter attuare il loro scopo. Segue leggera depressione postcoitale:
Basta pornografia. Per almeno sei ore. Posso farcela. Non so neanche più con quali parole chiave passare questi quattro minuti del cazzo. Ho provato a disintossicarmi e non mi è riuscito, e adesso è sopraggiunta la noia, il percorso guidato che mi porta per mano attraverso il mondo degli uomini che scopano per quelli che non scopano. “Scopare” è davvero una brutta parola, per questo non lo faccio. “Farlo” _ come è pudico, molto femminile, quasi come “fare l’amore” _ patetico. Oppure “fare sesso” _ generico. “Trombare” è davvero volgare, “chiavare” invece è ridicolo. “Accoppiarsi” è già più interessante, un po’ zoologico, “copulare” invece è così grammaticale. Ci sarebbe anche il “conoscere in senso biblico” proveniente dal delicato quanto approssimativo mondo cattolico; certo non mi dispiacerebbe dire ad una seminarista “Sai, mi piacerebbe conoscerti in senso biblico” _ sarebbe un modo simpatico per studiare insieme. Comunque non conosco seminariste, in verità conosco poche ragazze reali; quelle con le tette e le risate acute che amano i gattini, avete presente? Inutile che faccio il cinico quando so di averne bisogno, no, non averne bisogno, desiderarle, ma stavolta senza accezioni sessuali.
Desiderio, questa è una bella parola. Una parola che va espressa. Essendo stato innamorato per circa trentaquattro secondi [ed essendomi piaciuti tutti] desidero innamorarmi ancora, in modo diverso, con la stessa intensità. Ma le ragazze reali sono difficili, quelle dei porno invece tutte così distanti; alcune sembrano simpatiche, altre addirittura intelligenti, e quando hanno quei rigurgitini di sperma, che tenere! Una in particolare, si chiama Dawson Miller, credo che il suo target siano i padri con figlie già grandi, ma che importa? Mi ha ammaliato, con quei sorrisi mozzafiato e la sua maledetta biancheria intima volutamente non provocante. Mi viene quasi voglia di farle delle domande, di sapere se è felice di far parte dell’immaginario collettivo, o se finge molto bene. Quando mio babbo scoprì che scaricavo ettari di pornografia cercò di farmi sentire in colpa perché guardavo delle ragazze sfruttate; no, la mia realtà è diversa, molto più romantica. La carta usata, quella sarebbe stata una motivazione interessante, mi sento particolarmente responsabile per il disboscamento globale, anche se la carta igienica della coop tende sempre a tranquillizzarmi.
A presto amore.
MORSO n°05 _ DUBBIO
dicembre 17th, 2011 § Lascia un commento
Alle ore 16:26 di Sabato 17 Dicembre il soggetto in esame percorre approssimativamente cento metri all’interno di un corteo atto a manifestare dissenso verso atteggiamenti di tipo razzista. Distaccatosi dal gruppo e dagli ideali collettivi tenta un’analisi superficiale della recente cronaca fiorentina. Seguono ragionamenti non correttamente articolati:
DATI CERTI: un uomo di cinquant’anni uccide due persone, ne ferisce tre, poi si uccide. Ad eccezione dell’assassino le altre cinque vittime sono palesemente scure di pelle. Se fossimo in un paese anglofobo il carnefice sarebbe definito “spree killer” _ ovvero un soggetto che compie una serie di omicidi in due o più luoghi in un lasso di tempo abbastanza ristretto da poterli considerare parti di un solo evento, che spesso termina col suicidio del soggetto stesso.
SUGGESTIONI: secondo i media l’incostante vicinanza del cinquantenne Gianluca C. ad ambienti di destra permette di identificarlo come neonazista; invece, nella mia personalissima bacheca dei giudizi sommari, la reiterata vicinanza con l’universo fantasy permette di classificarlo come uno sfigato. Sfumando il termine sfigato con ulteriori informazioni ricavate dal web il protagonista della cronaca mondana appare semplicemente come un uomo solo, anche se cicciotello.
OPINIONE: quando penso ai neonazisti vedo gruppi coesi di muscolosi ragazzi pelati con svastiche tatuate che salutano a braccio teso durante insignificanti concerti hardcore con videoproiezioni storte della seconda guerra mondiale _ i miei sono pensieri stereotipati, e la realtà ne conferma l’esatezza. Gianluca C. sembra diverso, magari si sarà fatto qualche sega sui comizi del duce, ma poco più. Il suo non è stato un gesto razzista, ma una richiesta di attenzione, oppure l’unico gesto vagamente significativo che avrebbe mai potuto concepire e realizzare. Gianluca C. non accettava l’anonimato nell’era in cui tutti sono famosi per la lunghezza di un filmato su youtube, quindi, un po’ come la sirenetta che diventa schiuma di mare, passa da uomo a notizia in pochi proiettili.
CONCLUSIONI: cercare un movente significativo occorre ad un telegiornale su Rete4 per creare una notizia, non ad una persona impaurita per fare un gesto improbabile. Dubitate, e state attenti agli zingari.
MORSO n°04 _ DENTI
dicembre 17th, 2011 § Lascia un commento
Alle ore 18:47 di Venerdì 09 Dicembre il soggetto in esame tenta di plasmare prodotto dolciario complesso attraverso la manipolazione di molteplici ingredienti al fine di trarre soddisfazione alimentare e accrescere l’autostima. Segue ricetta:
Lievito, non dado vegetale _ non sono la stessa cosa, devo ricordarmelo. Il lievito ha gli angioletti sopra, il dado Biancaneve, la tisana Melissa, che lavorava nella fabbrica delle tisane e un giorno cadde nel tritaerbe; adesso sta in bustine da due grammi cadauna, circa trentamila bustine fanno una Melissa.
Oggi ho fatto i biscotti.
MORSO n°03 _ GELO
dicembre 17th, 2011 § Lascia un commento
Alle ore 11:29 di Giovedì 08 Dicembre il soggetto in esame apre il vano superiore della struttura refrigeratrice per valutare lo stato di conservazione di miceti e creature aquatiche commestibili. Segue riflessione esistenziale:
Ce l’ho fatta, alla miniCOOP ho comprato dei surgelati, nasellini e funghi. Mi inquietano, i surgelati. Non riesco ad accettare che una pietanza possa compiere il passaggio tra due temperature distanti in un tempo relativamente breve; è estremo, spregiudicato! E poi conservarsi sottozero e senza viscere, incredibile. Consumare qualcosa di quasi immortale è un po’ come mangiare un Dio.
La mia testa rasata ha freddo, devo tirarmi su il cappuccio, non voglio fare pranzo, non ancora, la visione è finita.
MORSO n°02 _ VEICOLO UTILITARIO SPORTIVO
dicembre 17th, 2011 § Lascia un commento
Alle ore 21:11 di Mercoledì 12 Ottobre il soggetto in esame percorre il tracciato di Piazza della Libertà, tenendo la destra della corsia centrale; quivi, in prossimità di segnale luminoso colore verde, la sua traiettoria viene accelerata dal contatto con retrostante veicolo [modello Jeep D.Fretta]. Il soggetto compie una parabola non matematizzabile verso la superficie asfaltata del manto stradale, collisionando in più punti. Segue trascinamento direzione spartitraffico, accasciamento e conseguente interessamento di passante [modello Bionda D.Screta]. Segue internamento in struttura ospedaliera e degenza. Si riportano stralci di pensiero non necessariamente sequenziali:
Orizzontale il cielo nero disinteressato sopra volti curiosi poi le luci immobili poi le luci mobili di un sistema fisso in cui sono io a muovermi anzi ad essere mosso mentre si diradano le domande sulla mia condizione di salute sorrido per contagio con chi aspetta paziente sorrido anche perché non morirò ma dovessi per caso morire sorridere è un modo per andarsene leggeri. Mi chiedo se i fantasmi sappiano andare in bicicletta. A proposito di quasi_morte, pensavo che durante queste esperienze ci fosse una sorta di sballo mistico che permette di raggiungere nuovi stadi di consapevolezza, cosicché, nel caso più o meno fortuito in cui uno si salvi, vivrà il resto della propria vita con una sorta di autoilluminazione automatica; invece niente, per leggere di notte devo ancora accendere la lampada da comodino. Ok, abatjour. Che parola del cazzo, inevitabilmente francese; invece tra le più brutte parole della lingua italiana c’è “bacino”, che sta a significare bacio insignificante oppure dolore significativo nei pressi del mio culo, che è una parola davvero ben fatta, rappresentativa. Torno a guardare il soffitto, non sia mai che cambi qualcosa mentre sono distratto.
MORSO n°01 _ INSETTO
dicembre 17th, 2011 § Lascia un commento
Approssimativamente verso le ore 17:30 di Giovedì 6 Ottobre il soggetto in esame si sposta dal covo primigenio verso il capoluogo di regione dove intraprenderà il percorso di metamorfosi necessario alla sua specie. Stanziatosi nello spazio ad esso predisposto, alle ore 00:49 viene morso per la prima volta da Artropode Volante Non Identificato. Segue dettagliata visione soggettiva:
La scrivania pieghevole, il soffitto così lontano ed un pavimento sconosciuto, sicuramente da pulire con lo spray che mi ha dato mia madre, si è molto raccomandata, DEVO stare bene. Stava funzionando, stavo bene, la mia piccola città periferica lontana e uno squilibrante senso di quasi libertà, ma ho ingerito per sbaglio l’acqua che sgorga naturalmente dalle cannelle in cucina, forse non avrei dovuto farlo, adesso mi fa un po’ male la pancia. E sono stanco, non credevo si potesse essere quasi lontani e già così stanchi. Le persone fuori dalla finestra non mi hanno fatto venire voglia di uscire, e non posso certo bere dell’altra acqua, ho già fatto le comunicazioni di servizio via chat, meglio andare a letto, il mio letto, me lo sono portato dietro dalla mia piccola città periferica, per non cambiare mai troppo. Spengo la luce che pende dal soffitto, dovrò attenuarla, forse domani, oggi sono molto stanco. Quasi buio. Anche se la finestra di questa camera guarda la strada sono sicuro che le macchine che passano incessantemente non mi daranno fastidio, anzi, sono sicuro che mi allieteranno il sonno.
Non sono così sicuro, pensavo fossero molto più piacevoli. Ma almeno le luci che passano sui muri creano delle interessanti composizioni. Al posto di contare pecore inesistenti ci sono i fari dei passanti a tenermi occupata l’attenzione, se solo non mi distraessi così facilmente. Forse dovrei cambiare posizione, forse dovrei alzarmi per un bicchier d’acqua, forse devo solo chiudere gli occhi un attimo; ecco sì, un brivido sonnolento, quasi un prurito, sì, direi un prurito, un prurito persistente, un po’ ovunque ma soprattutto sulla guancia, devo grattarmi, un po’ più forte, si attenua, ecco adesso il prurito cambia posizione, le braccia, una coscia, le luci delle automobili e poi quelle di un camion, e il camion fa vibrare l’aria di un tono cupo mentre mi gratto furiosamente sotto le coperte. Un attimo di requie, passa una macchina, un’altra, arriva il sonno. Qualcuno ai piani superiori sta dando l’aspirapolvere. Adesso? Perché adesso? Devo grattarmi la tempia; potrei evitare, starmene fermo immobile, aspettare di addormentarmi ma mi gratterò la tempia, e poi la pancia, una gamba, e di nuovo la guancia. La filastrocca del prurito, la canzone del fastidio, magari ascoltando musica l’insetto che mi vola intorno scomparirà. Ecco sì, i suoni si trasformano, resta il rumore ma stavolta è voluto, controllato, mia madre lo chiamerebbe fastidio, ma questo prurito, questa guancia che pizzica, questo è fastidio. L’ho sentito, l’ho sentito con la pelle, sulla mia pelle, era sulla mia faccia, allora che faccio? Mi nascondo sotto le coperte, non mi morderà più se starò qua sotto, dove scompaiono le luci della strada, uno spazio buio fuori dai miei occhi chiusi; la requie. Giusto una grattatina, una ancora, sulla coscia. Perché? Chi c’è qua sotto con me, insieme alla voglia di scappare, alla necessità di ambientarmi? Un insetto è ovvio, un altro insetto, un insetto diverso che uguale morde e lascia una traccia di prurito. E allora gratta esci dalle coperte scuoti il cuscino allontana il letto dal muro accendi ma no spegni la luce digrigna i denti e prenditi a schiaffi aumenta il prurito aumenta e se mi tolgo le cuffie stavolta potrò sentire che ti avvicini e ti ucciderò se solo un altro insetto non mi mordesse la pancia e i piedi mentre passano le macchine un camion fa vibrare la finestra e la vicina usa l’aspirapolvere cosa aspira a quest’ora? Aspira a dormire in pace, aspira insetti, aspira il rumore del camion che passa, aspira il tempo che passo a cercare di dormire e chiudo gli occhi mi abbandono al massacro ma le luci passano i rumori si mischiano al fastidio di mille punti che chiedono attenzione alle mie unghie, se solo non fossi così stanco dormirei.
![il gatto è sul tavolo [backstage] il gatto è sul tavolo [backstage]](http://farm8.staticflickr.com/7154/6725216161_3e52b732ca_t.jpg)